Il responsabile delle divisioni “publishing” e “live” di EGEA Music Group ci parla della sua visione del mondo musicale italiano. Un’analisi tra presente e futuro.
Con oltre vent’anni di esperienza, Michele Mozzicato rappresenta una voce autorevole nel mondo del business musicale italiano. Egea Music Group è una realtà indipendente, che si è sempre distinta per i contenuti di alta qualità. Nata come etichetta musicale nell’ambito della musica jazz, si è evoluta all’inizio degli anni 2000 entrando nella distribuzione musicale (in esclusiva) per poi ampliare il suo spettro e diventare grossista nel 2010. Contemporaneamente ha sondato altri campi all’interno del mondo musicale, acquisendo know how e sviluppando le divisioni “live management” (attività manageriale, booking e eventi) affiancandola a quella legata alla parte editoriale (publishing).
In questi ultimi due contesti trova il suo attuale assetto professionale Michele Mozzicato, che ha deciso di condividere la sua visione di musica in Italia, inserendola nel contesto culturale del Paese.
Non abbiamo mai fatto un ragionamento da “pura azienda”. Il mercato musicale infatti, non è assimilabile a quello che ha logiche commerciali comuni. La parte artistica è una sfida che non ha regole fisse. Sono talmente tanti i fattori che influiscono sul prodotto culturale, da renderlo più difficile da prevedere. È più liquido.
Noi di questa difficoltà ne vediamo il lato positivo, perché richiede un approccio più stimolante e creativo. Con la musica può succedere tutto. Al contrario di altri campi, non si può gestire tutto “matematicamente”, ma ci sono dei margini di tolleranza molto ampli.
D
- Qual è l’attuale situazione del mondo culturale e musicale italiano dal tuo
osservatorio?
R - C’è una problematica sulla quale riflettiamo spesso. Risulta esserci una mancanza di gestione del mercato musicale da parte delle istituzioni, in quanto non esiste una reale distinzione tra il mercato “culturale” e quello “dell’intrattenimento”.
Se si guardano i bilanci delle regioni italiane, molti fondi sono gestiti dagli assessorati alla cultura e altri da quelli al turismo. Questo non solo crea confusione, ma crea una non consona gestione dei fondi. Una cosa è gestire progetti culturali, una cosa sono quelli di intrattenimento (che hanno diritto e logica di esistere), ma che non dovrebbero togliere risorse alla cultura. Dobbiamo sviluppare la parte artistica e culturale di un Paese.
Oggi, l’industria culturale italiana è abbastanza limitata e si trova al centro di un disequilibrio. Se da una parte c’è una presenza economica irrilevante infatti, dall’altra gode di una grossa visibilità mediatica. È una situazione atipica.
D
- Voi come gruppo musicale, in quale fascia vi ponete all’interno del mondo
economico e culturale italiano?
R - Noi siamo in una fascia media. Purtroppo in Italia, “tutto ciò che è medio fa una fatica enorme”. Eppure l’operatore culturale italiano ha competenze elevate, anche se si confrontano a livello europeo. La capacità di gestire la parte tecnica, amministrativa, burocratica e il problem solving degli italiani è un fatto riconosciuto.
D
- Come mai siete entrati nel mondo del live management?
R - Per Egea, la scelta del live è stata diversa dalla mera diversificazione di business. C’è stata inizialmente una esigenza legata alla distribuzione. Alcune etichette estere, non riuscivano a entrare nel mercato live in Italia, e questo rappresentava una grande mancanza per la visibilità degli artisti. Noi ci siamo posti come “ponte” per unire questa esigenza al territorio italiano. Per fare un esempio: grazie a questa attività, abbiamo potuto - tra gli altri- portare in Italia artisti del calibro di Esperanza Spalding (vincitrice del Grammy Award come “Best Jazz Vocal Album” nel 2013 - nda).
D
- Come vedi l’evoluzione del mondo musicale indipendente nel prossimo futuro.
R - Il mercato, soprattutto in ambito indipendente, in futuro necessiterà di azioni di “convergenza” da parte degli operatori, che comporterà una presenza più forte della realtà culturale e imprenditoriale che rappresentiamo nel Paese. Bisognerà trovare formule di collaborazione tra gli “indipendenti” dal punto di vista artistico, strategico e tecnico. In questo caso, al contrario di quando detto precedentemente, si potrà fare un ragionamento di tipo “matematico”. Strettamente manageriale.
L’intervista si conclude con alcune riflessioni sullo scollamento, che si percepisce anche dal punto di vista delle etichette, tra il mondo della formazione musicale (conservatori, scuole di musica e accademie) e il mondo del lavoro. Michele ci racconta come anche negli incontri con gli studenti di musica, lui metta sempre in evidenza la correlazione tra la parte artistica e quella economica, che permette all’artista di continuare a fare musica e quindi cultura nel nostro Paese.
Anche in questo caso, troviamo un pieno accordo con la visione del nostro ospite e ci preme terminare questo articolo con un appello rivolto a “coloro che formano i nostri artisti dal punto di vista musicale”, evidenziando come in Italia ci siano professionalità - nel mondo del management, del marketing e della comunicazione - che possano dare un contributo importante all’educazione e all’ingresso nel mercato della cultura dei nostri giovani talenti.
Una realtà nella quale anche Opificio della Musica è pronta a fare la sua parte.
Un ringraziamento a Michele Mozzicato per aver condiviso con noi le sue riflessioni e la sua grande esperienza.
Emmanuele
Macaluso