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mercoledì 15 luglio 2026

L’ULTIMO REGALO MUSICALE DI PIERO ANGELA

La RAI pubblica una pagina dedicata al Piero Angela musicista. Un ricordo delicato che racchiude anche tre brani eseguiti dal divulgatore a pochi giorni dalla sua scomparsa.

(Nella foto: Piero Angela vicino al pianoforte - crediti: RAI Radiotelevisione Italiana)

Conosciamo Piero Angela come divulgatore scientifico e personaggio pubblico. Forse non tutti sanno che Angela era anche un grande appassionato - e conoscitore - di musica jazz oltre che un ottimo pianista. Da giovane, nella sua Torino aveva anche avuto la possibilità di esibirsi dal vivo con lo pseudonimo di Piero “Peter” Angela.

Proprio il primo brano della pagina dedicata dalla RAI al divulgatore è una registrazione del 1953 al “Trampolino” di Torino, dove possiamo ascoltare un giovane Angela mentre utilizza tale pseudonimo.

La pagina, disponibile all'indirizzo internet https://www.raiplaysound.it/programmi/pieroangelaconcertojazz, contiene 12 brani, con collaborazioni eccellenti. Tra queste segnaliamo la condivisione musicale con alcuni protagonisti della scena jazzistica internazionale: Dino Piana, Franco Cerri, Gianni Basso, Paolo Fresu, Andrea Dulbecco ed Enzo Pietropaoli.

Alcune delle registrazioni sono state effettuate durante la messa in onda del programma televisivo “Superquark” nel corso degli anni. Ma è sulle ultime tre tracce che vogliamo portare l’attenzione del lettore.

Summertime”, “Put the blame on mame” e “As time goes by” sono state registrate nella Sala A della sede RAI di Via Asiago in Roma il 14 luglio del 2022. Piero Angela ci avrebbe lasciati meno di un mese dopo, il 13 agosto.

As time goes by” è l’ultima traccia. Angela la incide da solo. Un saluto con al termine (come indicato dalla stessa didascalia): “in coda al brano i momenti finali di quella speciale, ultima performance”.

Un dono musicale, che dobbiamo alla RAI e alla famiglia, che hanno voluto condividere con il pubblico questo momento di grazia e intimità musicale. Un dono per il quale ringraziamo.


Di seguito l’elenco delle tracce:

Traccia 1: LOVER

Richard Rodgers, Piero “Peter” Angela (pianoforte), (contrabbassista non identificato).

Registrato presso: “Trampolino” di Torino nel 1953

Durata: 2 minuti

 

Traccia 2: LA MARIONETTA

Piero Angela (pianoforte), Carlo Milano (basso), Carlo Sola (batteria).

Registrato presso: “Di jazz in jazz” il 13 novembre 1978

Durata: 4 minuti

 

Traccia 3: CHEEK TO CHEEK

(Irving Berlin), Piero Angela (pianoforte), Franco Cerri (chitarra),Gianni Basso (sassofono tenore), Dario Roschiglione (contrabasso), Pietro Iodice (batteria).

Registrata durante la puntata di “Superquark” del 1 agosto 2000.

Durata: 1 minuto

 

Traccia 4: LOVERMAN

(Jimmy Davis e Ram Ramirez), Piero Angela (pianoforte), Francesco Cafiso (sassofono contralto), Enzo Pietropaoli (contrabbasso).

Registrata durante la puntata di “Superquark” del 29 agosto 2005.

Durata: 3 minuti

 

Traccia 5: SCRAPPLE FROM THE APPLE

(Charlie Parker), Piero Angela (pianoforte), Francesco Cafiso (sassofono contralto), Enzo Pietropaoli (contrabbasso).

Registrata durante la puntata di “Superquark” del 29 agosto 2005.

Durata: 1 minuto

 

Traccia 6: ALL THE THINGS YOU ARE

(Jerome Kern), Piero Angela (pianoforte), Andrea Dulbecco (Vibrafono), Enzo Pietropaoli (contrabbasso).

Registrata durante la puntata di “Superquark” del 14 luglio 2006.

Durata: 1 minuto

 

Traccia 7: I REMEMBER APRIL

(Gene De Paul), Piero Angela (pianoforte), Andrea Dulbecco (Vibrafono), Enzo Pietropaoli (contrabbasso).

Registrata durante la puntata di “Superquark” del 14 luglio 2006.

Durata: 58 secondi

 

Traccia 8: AUTUMN LEAVES

(Joseph Kosma), Piero Angela (pianoforte), Enzo Pietropaoli (contrabbasso), Dino Piana (trombone), Pietro Iodice (batteria).

Registrata durante la puntata di “Superquark” del 20 luglio 2007.

Durata: 1 minuto

 

Traccia 9: TENDERLY

(Walter Gross), Piero Angela (pianoforte), Paolo Fresu (tromba), Enzo Pietropaoli (contrabbasso), Ettore Fioravanti (batteria).

Registrata durante la puntata di “Superquark” del 1 luglio 2010.

Durata: 2 minuti

 

Tracce registrate a pochi giorni dalla scomparsa:

Traccia 10: SUMMERTIME

(George Gershwin / arr. F. Piana): Piero Angela (pianoforte), Giorgio Rosciglione (contrabbasso), Emanuele Zappia (batteria).

Registrata nella Sala A della sede RAI di Via Asiago, Roma, il 14 luglio 2022.

Durata: 3 minuti


Traccia 11: PUT THE BLAME ON MAME

(Doris Fisher – Alla Roberts / arr. F. Piana): Piero Angela (pianoforte), Giorgio Rosciglione (contrabbasso), Emanuele Zappia (batteria).

Registrata nella Sala A della sede RAI di Via Asiago, Roma, il 14 luglio 2022.

Durata: 2 minuti


Traccia 12: AS TIME GOES BY

(Herman Hupfeld): Piero Angela (pianoforte).

Registrata nella Sala A della sede RAI di Via Asiago, Roma, il 14 luglio 2022. (In coda al brano i momenti finali di quella speciale, ultima performance).

Durata: 2 minuti

 

Emmanuele Macaluso

giovedì 21 novembre 2024

2009 - 2024: UN RICORDO PRIVATO DI GIORGIO GASLINI A 15 ANNI DALL’INCONTRO

L’articolo - in forma più approfondita - è stato pubblicato per la prima volta su Academia.edu (1) nel 2021 e viene pubblicato in versione ridotta anche su Opificio della Musica, con la volontà di offrire al lettore un ritratto intimo del compianto pianista Giorgio Gaslini.

(Giorgio Gaslini – Credits: CdT.Ch)

Introduzione:

Il saggio vuole raccontare l’incontro tra l’autore e il compianto M° Giorgio Gaslini, icona del jazz mondiale, avvenuto durante il concerto “Jazz in Blues” organizzato dal Comitato Giù le Mani dai Bambini Onlus in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia delle Nazioni Unite 2009 presso l’Auditorium RAI “Arturo Toscanini” di Torino. L’autore condivide un ritratto intimo di Gaslini, avvenuto in un momento di pausa prima dell’esibizione. Un omaggio all’uomo, nella speranza di poter dare del maestro una visione meno nota e che esca dai confini del personaggio pubblico e delle pubblicazioni ufficiali.

 

L’incontro:

Spesso si dice che la musica sia un linguaggio universale. Ma io l’ho visto. Lo posso testimoniare. Dopo l’arrivo in auditorium del M° Giorgio Gaslini e di Emma Re, due persone che non si erano mai viste prima hanno dialogato. Non come fanno quelli che non hanno il dono di conoscere la musica al tavolino di un bar, dove prima devono conoscersi e trovare qualcosa in comune di cui disquisire.

Emma Re e Gaslini si sono incontrati per la prima volta sul palco. Si sono stretti la mano e hanno scambiato qualche parola di circostanza, attorniati da collaboratori, volontari e i musicisti di Emma.

Gaslini con un impeccabile doppiopetto grigio e una cravatta dai toni accesi sul rosa. Emma re con un bellissimo giubbotto di pelle nera sul quale il suo caschetto biondo si stagliava magnificamente quando appoggiava i gomiti sul pianoforte.

Poche parole, qualche sorriso e infine un titolo. Emma prende posto accanto al meraviglioso Steinway & Sons a coda nero e Gaslini si siede davanti alla tastiera. Il mondo sul quale le sue dita fanno tutto quello che possono fare per crearne altri.

La musica inizia, e anche se nessuno riesce a muoversi da quel palco scompaiono tutti e rimangono i due sconosciuti che iniziano a dialogare. Come se si conoscessero da tempo. Non da sempre, ma abbastanza da poter creare qualcosa che prende vita, che si erge in quel tempio della musica e si fonde. È il suono che prende i suoi spazi togliendone al brusio che scompare. Una voce meravigliosa si affianca e infine si fonde a quella che per essere udita passa attraverso uno strumento che pur enorme appare leggero.

Dal fondo della sala, in solitudine, guardavo questo spettacolo, come si guarda un quadro, nella speranza che il tempo si fermi e ti lasci apprezzare la bellezza di ogni singolo istante.

L’inizio dello spettacolo era previsto per le 20:45 e c’erano molte cose da fare. Compreso andare a recuperare una batteria per un membro della band di Emma.

Come un fantasma ho lasciato l’auditorium, cercando di non interrompere quel momento così intenso.

Al mio rientro, un’ora e mezza dopo, sul palco il pianoforte a coda sembrava una portaerei pronta a salpare. Dal soffitto, decine di microfoni appesi a cavature d’acciaio erano pronti a catturare ogni nota. C’era una strana calma che non avevo notato fino a quel momento in quel luogo.

Cercando di rendere la mia presenza molto discreta, mi sono riportato verso il backstage, per controllare lo stato di avanzamento dell’organizzazione e valutare le necessità degli artisti. Il camerino della band di Emma era aperto e i musicisti chiacchieravano tra loro. Sono rimasto qualche secondo a guardarli in attesa di qualche eventuale richiesta. Tutto sotto controllo.

Il camerino di Emma era chiuso. Decisi di non bussare, tanto sarei rimasto in zona nel caso ci fosse stata necessità.

Il camerino di Giorgio Gaslini era aperto. Le pareti di un giallo paglierino facevano contrasto con la giacca di scena del Maestro che era appesa su una stampella, a sua volta ancorata ad un attaccapanni da muro.  Una giacca in velluto verde scuro, che avrei scoperto dopo, creava effetti straordinari quando veniva colpita dalla luce dei riflettori. Anche questo è mestiere…

Giorgio Gaslini era seduto con eleganza su una sedia del camerino, a pochi centimetri dal tavolo su cui aveva appoggiato un cameo che avrebbe usato, al posto della cravatta, per chiudere il colletto dell’impeccabile camicia bianca che era ben distesa su un’altra stampella.

Rimasi sulla porta, con un sorriso imbarazzato, di fronte ad un gigante della musica, con l’obiettivo di rendere il dono della sua presenza in quel luogo il più confortevole possibile.

Mi fece cenno di entrare e io avanzai di qualche passo rimanendo in attesa di indicazioni.

«Non ricordo il tuo nome, mi devi perdonare», mi disse con un’eleganza e un’autorevolezza che mi intimidì.  Non ebbi il tempo di rispondere. Mi guardò negli occhi attraverso i suoi occhiali dalla montatura minimalista e mi disse:«Facciamo due chiacchere. Ti piace la musica?»

«Ecco… sono fregato!» Dissi tra me e me, rispolverando le sensazioni tipiche dell’allievo all’interrogazione della materia più odiata. Giorgio Gaslini chiede a me se mi piace la musica. Sia ben chiaro, a me la musica piace moltissimo e, nel mio piccolo, cerco di comprenderla e indagarla; ma di fronte ad un titano, anche uno alto quasi due metri si sente minuscolo. Fu così che risposi, dicendo che la musica mi piace molto e che occupa un posto molto importante per me, anche se non ho avuto la possibilità di studiarla.

«Che musica ascolti?» mi chiese.

«Sono cresciuto ascoltando musica rock. Bon Jovi, Def Leppard, Rolling Stones…».

Immaginavo la delusione creata da una risposta del genere data ad un jazzista, pur tenendo conto della differenza culturale e di età tra i due soggetti coinvolti in quella discussione. Obiettivamente non si può certamente dire che si possa paragonare la raffinatezza di certe improvvisazioni jazz con le canzoni dei gruppi citati.

A quel punto sul suo volto serio apparve un accenno di sorriso seguito da un «La musica è musica. È ritmo, melodia e armonia, e lì ce n’è molta».

Continuò con una frase che ricordo ancora perfettamente: «La musica conta molto, perché la musica contiene il colore – il timbro – con tutte le sue sfumature. Contiene il fraseggio (quindi la melodia fraseggiata), contiene l’armonia (ovvero più parti armoniche insieme) e contiene soprattutto il ritmo. Tutta questa cosa musicale non ha vita se non c’è una struttura ritmica alla base, che può essere tesa o sottintesa.  Il ritmo è la base della comunicazione».

Fu a questo punto che mi resi conto che io e lui stavamo comunicando. Io che di comunicazione mi occupavo da anni mi sono lasciato dire da un musicista che stavamo comunicando.

In quel momento i confini tra le nostre aree di competenza erano crollati. Liquefatti.

Due sconosciuti stavano comunicando parlando di musica. Perché la musica non è fatta solo di note, battute e linguaggi specifici. Va oltre, trascende in virtù del fatto che fa parte della natura umana e del suo senso comunitario e collettivo. E in quella stanza esisteva una collettività formata da due persone pronte a incontrarsi e ascoltarsi, e quindi c’era la musica.

Quasi come se riuscisse a ascoltare questo mio pensiero continuò il suo discorso: «La musica può, attraverso la ritualità della melodia - armonia - ritmo, coinvolgere quasi in una cosa tribale, è una cosa che facciamo fin da bambini».

Feci un cenno di assenso con la testa mentre rielaboravo la profondità di quel concetto.

Guardai il Maestro negli occhi è gli dissi quanto fosse importante per me aver sentito quelle parole proprio alla vigilia di un evento dedicato ai bambini. Mi permisi di chiedergli se aveva iniziato a suonare molto presto e perché proprio il jazz.

Lui mi rispose:«Ero molto piccolo e la musica era presente in casa. Avevo un fratello di tre anni più grande che suonava il pianoforte. La prima volta che toccai i tasti del pianoforte sentii quasi un effetto di risonanza in me e capii che quello era il mio strumento. A dire il vero rompevo un po’ le scatole a mio fratello, perché riconoscevo le note e qualche piccolo errore che lui commetteva, facendolo notare. Andai da mio padre chiedendogli di frequentare delle lezioni di pianoforte. Mio padre era un uomo di cultura autorevole ma mai autoritario. Era anzi molto rispettoso e mi guardò chiedendomi se fosse una cosa seria. Io risposi di sì. Partì tutto da lì. La mia infanzia si divise tra studio e gioco. A 9 anni mi sono esibito per la prima volta in pubblico.

Mio padre era un africanista, visse 10 anni in Africa. In casa avevamo quadri, strumenti musicali e oggetti d’arte oltre, ovviamente, a supporti con la musica africana. Io studiavo Beethoven e contemporaneamente provavo a fare le improvvisazioni tipiche della musica africana.

Quando avevo 12 anni qualcuno venne da me e mi disse che “Quella roba lì che facevo si chiama jazz!”. E io ho continuato a farla quella roba lì».

Fu un momento veramente intimo, in cui un uomo di ottanta anni parlava con una persona della quale non sapeva neppure il nome della sua infanzia. Della sua famiglia. Di quella cosa chiamata musica che lo ha guidato per tutta la sua esistenza.

Purtroppo quel momento stava giungendo al termine. Un mio collaboratore mi venne a chiamare per risolvere uno di quei problemi dell’ultimo minuto tipico degli eventi. Mi alzai dalla sedia sulla quale il Maestro mi fece cenno di sedermi qualche minuto prima e con un’espressione del volto gli chiesi il permesso di congedarmi.

Lui sorrise, cosa che credo non gli venisse troppo naturale, e mi chiese:«Ma come ti chiami?»

«Emmanuele, con 2 “m”», risposi.

«Ah, nome biblico. Ora so con chi ho parlato così a lungo di me».

All’unisono, come al suono di una battuta che abbiamo sentito solo noi abbiamo fatto un cenno di saluto abbassando il capo.

Ma io mi sentii in dovere di salutarlo anche con la voce:«Grazie Maestro».

 

Emmanuele Macaluso

 

(1) https://www.academia.edu/60565096/Incontro_con_Giorgio_Gaslini_Un_ricordo_personale_di_Emmanuele_Macaluso

mercoledì 26 ottobre 2022

CHIARA BERTOGLIO E LA SUA RICERCA DI EQUILIBRIO SULLA MUSICA

Chiara Bertoglio rilascia un’intervista nella quale racconta la continua ricerca di equilibrio in una vita che indaga la musica in molte sue forme.

(Copyright: Chiara Bertoglio - Credit: Alberto Tosi)

Scrivere di Chiara Bertoglio senza cadere nella tentazione di “appoggiarsi” semplicemente al suo infinito curriculum non è facile. Cercare di punteggiare una biografia che non sia quella ufficiale è una piccola impresa. Chiara Bertoglio è una pianista, docente al Conservatorio di Novara e ricercatrice italiana. In tutti e tre i ruoli ha raggiunto vertici di eccellenza e importanti riconoscimenti.

Sul suo sito internet ufficiale il curriculum, la lista delle pubblicazioni, delle incisioni e delle conferenze riempirebbe decine di pagine Word. Come può essere possibile mantenere standard così alti in tre diversi modi di vivere la musica?

A raccontarcelo è proprio la protagonista di questa intervista concessa in un caldo pomeriggio estivo.

Essere una musicista, una docente e una ricercatrice non è semplice. Equivale ad una lunga e continua ricerca di un equilibrio che poggia su sé stesso e mantiene le tre sfaccettature di una carriera in continua espansione. Un equilibrio fluido che si adatta ai continui cambiamenti. Alle evoluzioni.  

Ed è proprio mentre si parla di questo concetto così legato alla tecnica e alla cultura che avviene qualcosa che ci colpisce. Una sorta di epifania posta dalla protagonista con una grazia forse inconsapevole ma efficace. Quella continua ricerca di equilibrio (parola ripetuta in quanto vera chiave di lettura di questo articolo) della professionista, trova le sue radici e le sue basi nella visione del mondo, della cultura e dell’arte della giovane donna che ce la racconta.

I contorni non sono definiti. Non vi è una linea netta che divide la donna dall’artista, studiosa e docente mentre il moto perpetuo avviene. Ma le varie “funzioni” si fondono. Confondono. Mischiano. Condividono spazio e tempo. Il tutto con un’armonia che è contemporaneamente arte, musica e umanità.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Bertoglio di raccontarci il suo rapporto con i nuovi media per la divulgazione dei suoi lavori e delle sue attività. Anche in questo la visione strategica della nostra protagonista va in una direzione diversa rispetto a quella collettiva, ma con la solidità e la consapevolezza di chi conosce qual è lo spazio che vuole ritagliarsi nel mondo della comunicazione online.

Non ci troviamo di fronte ad una donna che condivide contenuti quotidianamente per mantenere alti i numeri degli algoritmi, ma ad una professionista che crea post solo quando ha qualcosa da dire. Lancia i suoi contenuti o i suoi aggiornamenti e se qualcuno li legge e interagisce è positivo, ma se questo non accade, va bene lo stesso. I post rimangono comunque lì, semplicemente per quello che sono: contenuti condivisi.

Se tra i lettori di questo articolo ci fosse un social media manager (cosa molto probabile vista la tipologia di blog) potrebbe avere molto da ridire, ma invito a valutare come questo approccio mentale (ancor prima che tecnico) sia profondamente rispettoso del tempo dell’artista e - soprattutto - non la tiene incatenata alla tastiera del suo dispositivo elettronico, dandole l’opportunità di sviluppare le sue passioni, le sue esperienze e la sua professione.

Forse questo approccio è una delle ragioni che permettono quella continua ricerca di equilibrio e performance che non viene  così sviata da fattori secondari.

(La copertina del CD “Johann Sebastian Bach: Orchestral Suites Nos. 1-3” - Credit: Da Vinci Records)

Attualmente, Chiara Bertoglio pone molte energie nella sua veste di ricercatrice e pianista. È infatti da poco uscito il quarto volume della sua opera dedicata a Bach dal titolo: “Johann Sebastian Bach: Orchestral Suites Nos. 1-3 (Piano transcriptions by Giuseppe Martucci)edito da Da Vinci Records.

La descrizione dell’album è disponibile qui https://davinci-edition.com/product/c00644/

Concludiamo questo articolo dando i riferimenti per conoscere meglio i lavori della nostra intervistata, nella speranza di aver creato un’occasione per far conoscere il mondo di un’eccellenza italiana attraverso i suoi lavori.

Consigliamo quindi la visita del sito web ufficiale all’indirizzo https://www.chiarabertoglio.com/home

 

Emmanuele Macaluso

domenica 16 ottobre 2022

DORA TORTORA - LA VOCE JAZZ DI TORINO

Dora Tortora, cantante jazz e direttore artistico della scuola musicale “A Tutta Musica!”, ci racconta le sue origini musicali e il suo presente artistico e professionale.

(Nella foto Dora Tortora – Foto: Stefano Gnech)

Questa è la storia di una donna che ha incontrato la musica molto presto e che ad essa ha dedicato molto tempo della sua vita. Una vita che somiglia ad uno di quei film in cui quella che è una passione embrionale di una madre passa alla figlia che la concretizza. La rende vera. La rende musica.

Nel 1952, una donna, non ancora ventenne, parte dalla Sicilia alla volta di Roma per ascoltare dal vivo il terzo concerto italiano di Louis Armstrong e Lucille Wilson. La figlia di quella donna che nell’Italia del dopoguerra attraversa mezzo Paese guidata dalla sua passione per la musica jazz, sente fin dall’adolescenza quella stessa attrazione.

Ascolta musica, studia e inizia a cantare fino a quando, dopo un’esibizione al Teatro Filarmonica di Ambra (Arezzo) decide di trasformare quella passione in un lavoro. In uno strumento in grado di trasmettere la sua passione e le sue emozioni agli altri.

Dora Tortora, questo il nome di quella ragazza, si iscrive al Conservatorio “G.F. Ghedini” di Cuneo dove, affiancando allo studio vocale quello dell’accompagnamento al pianoforte, si diploma con il massimo dei voti.

Come un artigiano nella sua bottega ha lavorato, forgiato, affinato e sviluppato il suo talento.

Ha seguito corsi, partecipato a workshop e masterclass e ha sentito l’esigenza di imparare a insegnare agli altri quello che ha appreso nel suo percorso accademico, formativo e da artista.

Dietro quella calda voce jazz - con un vibrato naturale davvero notevole - si è sempre mantenuta viva una donna pratica e ostinata, con l’esigenza di rendere concreto il suo lavoro. Forse, su queste note caratteriali si è fatto spazio l’incipit che l’ha portata a studiare e certificarsi all’insegnamento utilizzando il metodo teorizzato da Edwin E. Gordon.

Questo metodo consente potenzialmente a tutti di fare musica, anche a coloro che non sanno leggere uno spartito e che non hanno basi teoriche. Una visione democratica e popolare della musica che Dora ha fortemente voluto come metodo didattico della scuola musicale torinese “A Tutta Musica! (rigorosamente con il punto esclamativo nda), della quale è direttore artistico.

Oltre alla preparazione accademica e formativa, Dora ha acquisito una grande esperienza sul palco, condividendo con il pubblico il calore della sua voce. Una condivisione che è avvenuta come cantante solista e in collaborazione con cori e gruppi della scena torinese e nazionale.

Una vita artistica che si rinnova continuamente e che la vedranno protagonista anche nei prossimi mesi.

Dora Tortora, è una di quelle eccellenze artistiche e manageriali che, attraverso queste pagine, desideriamo far conoscere. Una professionista culturale che con il suo lavoro condivide arte e le dà continuità. Una manager che investe dal punto di vista imprenditoriale e che ha reso la scuola che dirige (nella zona “Vanchiglietta” di Torino) un riferimento saldo e sano sul suo territorio. Una direttrice e docente che trasmette musica a bambini, ragazzi e adulti con metodo e una gentilezza che ti accarezza come la musica.

Durante questa intervista, siamo rimasti colpiti dal naturale equilibrio che Dora ha saputo creare tra il suo eclettico lato artistico e il pragmatismo di chi deve gestire una scuola di musica. Due anime apparentemente diverse che in questa donna convivono con grazia e determinazione. Forse quella determinazione ereditata da quella ragazza che, in un contesto sociale e culturale molto diverso da quello attuale, ha messo da parte la paura per raggiungere una città lontana e ascoltare musica venuta da molto più lontano. Dall’altra parte del mondo.

Il consinglio quindi, è di conoscere meglio Dora Tortora leggendo la pagina a lei dedicata sul sito della scuola che dirige https://www.atuttamusicatorino.it/dora-tortora-canto-pianoforte

 

Emmanuele Macaluso