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giovedì 2 luglio 2026

CHIUDE IL FOLK CLUB DI TORINO

Torino perde un altro pezzo di cultura. Dopo 38 anni di attività chiude lo storico locale torinese dove la musica live era di casa dal 1988.

(L’immagine del post di chiusura del Folk Club)

È stata annunciata sui canali social del locale, la  chiusura definitiva del Folk Club di Torino. La notizia viene resa pubblica al termine della trentasettesima stagione concertistica.

Il post è stato scritto da Paolo Lucà e viene identificata come un “Fulmine a ciel sereno” dallo stesso autore.

La chiusura del locale viene attribuita a difficoltà legate a ritardi nella gestione dei fondi da parte degli enti pubblici. Fondi dai quali, a quanto pare, il locale era dipendente dal punto di vista finanziario.

Nel post vengono citati i numeri raggiunti dal Folk Club durante la sua lunga vita e le innumerevoli iniziative a cui il locale ha partecipato o ha agito in qualità di promotore.

Il post al centro di questa notizia è disponibile a questo link https://www.facebook.com/FolkClubTorino/posts/pfbid027D6VguFubcQk7sJ2YRFNtkEpesCcRSZhYB6gP1FLEg6yAcBcWY77JoD5C4J72yV6l

Il 30 giugno, lo stesso Lucà ha indetto un incontro nel quale ha spiegato le cause che lo hanno portato alla decisione della chiusura. Nonostante abbia iniziato dicendo che non è solo una questione economica, l’incontro è iniziato parlando degli innumerevoli bandi regionali a cui ha partecipato, nonostante il cambio di colore politico. Il video dell’incontro è disponibile al seguente link https://www.youtube.com/watch?v=NqprtdP1UF4

Non è questo il momento, tuttavia questo evento dovrebbe far aprire una reale riflessione su come il mondo del music business si sia evoluto negli ultimi 20 anni. Nel frattempo, Torino perde un altro pezzo del suo panorama culturale. Folk Club infatti, si affianca alla chiusura del Museo Ettore Fico lo scorso marzo e alla chiusura di altri festival musicali cittadini.

Il modello di business senza una strategia di marketing professionale, legato in modo poderoso ai finanziamenti pubblici non è più competitivo. Ma ci sarà tempo per ragionare su questo in futuro.

Per ora, riteniamo opportuno esprimere la vicinanza di tutta la redazione di Opificio della Musica a Paolo Lucà e allo staff del Folk Club.

 

Emmanuele Macaluso

 

sabato 6 giugno 2026

TEATRO REGIO DI TORINO: CALENDARIO COMPLETO DELLA STAGIONE D’OPERA E DI BALLETTO 2026-27

Nella speranza di fare cosa gradita ai nostri lettori, pubblichiamo di seguito il calendario completo della stagione 2026-27 del Teatro Regio di Torino.

2026

- Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni - 15 ottobre/21 novembre 2026

- Pagliacci di Ruggero Leoncavallo - 15 ottobre/21 novembre 2026

- La bohème di Ruggero Leoncavallo - 27 ottobre/22 novembre 2026

- Iris di Pietro Mascagni - 5/18 novembre 2026

- Roberto Bolle and Friends - 2/4 dicembre 2026

- The Tokyo Ballet - 10/13 dicembre 2026

- Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij – 18/29 dicembre 2026


2027

- Edgar di Giacomo Puccini - 26 gennaio/6 febbraio 2027

- Juditha triumphans di Antonio Vivaldi - 11 febbraio 2027

- La Traviata di Giuseppe Verdi - 27 febbraio/13 marzo 2027

- La Tragédie de Carmen - 20/25 marzo 2027

- Salome di Richard Strauss - 6/17 aprile 2027

- La Bohème, il primo amore - 18 aprile/2maggio 2027

- Carmen di Georges Bizet -  15/29 maggio 2027

- Evgenij Onegin di Pëtr Il'ič Čajkovskij – 15/29 giugno 2027


Emmanuele Macaluso


martedì 11 novembre 2025

L’ENSEMBLE VOCALE CLARICANTUS FESTEGGIA 20 ANNI

Abbiamo incontrato Roberto Bosticco, presidente dell’Ensemble Vocale Claricantus per parlare dei primi vent’anni di uno dei cori più rappresentativi del panorama italiano.


(Nella foto l’Ensemble Vocale Claricantus – Foto di Marco Manfron – Copyright Claricantus APS)

 

In un mondo musicale in cui la longevità è merce sempre più rara, l’Ensemble Vocale Claricantus, rappresenta una realtà che ha superato quest’anno i vent’anni. Una tappa importante, festeggiata con una serie di concerti (anche all’estero) che hanno arricchito un curriculum artistico già solido e corposo.

La storia del coro inizia nell’ormai lontano 2005 e si sviluppa in modo complesso. Per questa ragione, prima di entrare nel “vivo” dell’intervista con Roberto Bosticco, mettiamo a disposizione del lettore una breve scheda biografica:

 

- Il 2005 rappresenta l’anno di fondazione. Il repertorio, fin da subito, risulta indirizzato allo studio della musica polifonica, sacra e profana, antica e contemporanea. Fin dall’inizio della sua attività, l’ensemble ha preso parte a numerose manifestazioni e rassegne corali. Tra queste: Piemonte in Musica, Stagione ASPOR, Incontri Corali 2010, Iter Vocis, Le Nvove mvsiche e Torino Chamber Music Festival.

Molte le collaborazioni con le realtà associative artistiche e sociali, tra le quali segnaliamo: Missione estera dei Cappuccini e la Comunità valdese di Torino.

Con il Patrocinio del Comune di Torino ha organizzato per diversi anni la Rassegna Corale "Voces Animae", la cui edizione del 2010 è stata dedicata all'Ostensione della Sindone e patrocinata, per l'occasione, dal Comitato per L'Ostensione.

- Dal 2005 al 2013, l’ensemble è stato diretto da Teresa Sappa.

- Nel 2014 la direzione è stata curata da Dario Ribecchi.

- Dal 2015, la direzione passa a Simone Bertolazzi, in occasione della fusione dell’ensemble con il coro StraniVari, fondato dallo stesso Bertolazzi nel 2009.

- Dal 2019 la direzione passa a Matteo Gentile che propone un reterporio variegato e particolarmente attento alle principali innovazioni tardo-rinascimentali e contemporanee.

 

Il coro nel frattempo continua la sua attività dal vivo e le collaborazioni anche all’estero(1).

 

D. Presidente Bosticco, cosa vuol dire gestire un coro in Italia oggi?

R. È un’esperienza che dà soddisfazioni, ma che propone anche alcune complessità. Tutti noi svolgiamo questa attività a titolo volontaristico e lo facciamo al di fuori delle nostre rispettive professioni. Siamo impegnati regolarmente nelle prove e ci esibiamo in una decina di concerti ogni anno, partecipando a rassegne e progetti in cui crediamo.

Il gruppo è estremamente compatto e la qualità delle relazioni all’interno dell’ensemble è buona. Questo fa percepire meno le difficoltà che possono esserci a livello organizzativo e logistico.

 

D. Quest’anno l’ensemble compie 20 anni, quali sono le attività ancora attive prima della fine del 2025 e quali le iniziative specifiche per questo anniversario.

R. Abbiamo avuto il piacere di poter condividere la nostra passione con alcuni coristi che, in questi 20 anni, hanno cantato nel coro e che hanno deciso di rientrare proprio in occasione di questa importante ricorrenza.

Ci siamo esibiti in Italia e all’estero e abbiamo continuato - tra le altre - anche alcune attività di gemellaggio. Sono state grandi opportunità artistiche, culturali e umane, che ci hanno permesso di incontrare molte persone.

 

Entro la fine del 2025 saremo impegnati in tre concerti pre-natalizi(2):

- 12/12 a Montanaro (To).

- 13/12 al Villaggio Leumann di Collegno (To).

- 17/12 a Torino, in corso Trapani per il Gruppo Abele.

 

(Il logo modificato per il 20° anniversario – Credit: Silvia Cortese per Claricantus APS)

 

D. Quello del ventesimo anniversario può essere un buon momento per fare qualche riflessione.

R. Quella del coro è un’esperienza molto forte. Basti pensare che, nonostante le diverse personalità all’interno dell’ensemble, si riesce a costruire qualcosa di “unico”. Si diventa “una sola voce”.

La musica unisce e crea armonia tra le persone”. Un’armonia che va oltre la musica stessa, ma che si evolve nello stare bene insieme. Siamo fortunati per questo, perché siamo riusciti a portare avanti una realtà per vent’anni, mentre (purtroppo) altri cori si sono disgregati.

 

Nella speranza di poter documentare altri anniversari dell’Ensemble Vocale Claricantus, che ben rappresenta il valore della passione al servizio della musica, e nell’augurare buon lavoro a tutti i componenti, invitiamo a seguire i canali ufficiali e a “incontrare” questi splendidi artisti dal vivo.

 

- Pagina su Italcori: https://www.italiacori.it/ensemble-vocale-claricantus-torino

- Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ensembleclaricantus/

- Profilo Instagram: https://www.instagram.com/claricantus

 

 

(Il logo ufficiale dell’Ensemble Vocale Claricantus – Credit: Silvia Cortese per Claricantus APS)

 

Ensemble Vocale Claricantus (scheda tecnica):

- Tipo di coro: misto.

- Repertorio prevalente: polifonico.

- Direttore: Matteo Gentile.

- Componenti: 32 (10 soprani, 4 tenori, 12 contralti, 6 bassi)

- Sede: Torino

- E-mail: info@claricantus.it

- Affiliazioni: Associato a ACP Associazione Cori Piemontesi

  

Note:

1)  Biografia ufficiale nella pagina ufficiale su Italcori, https://www.italiacori.it/ensemble-vocale-claricantus-torino [02.11.2025]

2) Per maggiori informazioni sui concerti è possibile seguire le pagine social.



Emmanuele Macaluso

venerdì 21 marzo 2025

ANASTACIA FA TREMARE LE OGR DI TORINO CON LA SUA VOCE

REPORTAGE: La cantante statunitense approda a Torino con il suo tour “Not that kind 2025” e scuote le Officine Grandi Riparazioni.

(Anastacia e la sua band al termine del concerto – Credits: Emmanuele Macaluso e Opificio della Musica / Odm)

Il 19 marzo 2025 non sarà ricordato solo per la festa del papà, ma per il concerto di Anastacia a Torino. A 25 anni dalla pubblicazione del suo albumNot That Kind”, la cantante statunitense festeggia le sue nozze d’argento con la musica che conta e lo fa con la sua inesauribile carica di energia.

(La locandina del concerto alle OGR - credits: organizzazione dell'evento)

Un batterista, una percussionista, un tastierista, un bassista, un chitarrista e due coristi sono bastati ad Anastacia per far tremare le OGR con la sua incredibile voce. Una voce “nera” che viene sprigionata da una cantante che si è presentata all’appuntamento in splendida forma dal punto di vista vocale e fisico. Niente effetti speciali, al vero talento non servono.

Quasi due ore di spettacolo, nei quali sono stati ripercorsi i 25 anni di carriera con la seguente scaletta:

One Day in Your Life
Now or Never
Staring at the Sun
Paid My Dues
Nobody Loves Me Better / Don’tcha Wanna
Sick and Tired
Overdue Goodbye
Made for Lovin’ You
I Can Feel You
Intermezzo dei coristi: Vogue / This Is How We Do / Everybody (Backstreet’s Back)

Heavy on My Heart
You’ll Never Be Alone
Secrets / Welcome to My Truth
How Come the World Won’t Stop

All Right Now
Sweet Child o’ Mine
Boxer
Stupid Little Things
Left Outside Alone
---
Finale/bis:

Not That Kind
I’m Outta Love
Left Outside Alone

Da segnalare l’arrangiamento inedito di “Left Outside Alone”, che ha reso la canzone irriconoscibile al pubblico fino all’attacco di Anastacia sul testo. Altro momento da ricordare è la risposta della cantante al pubblico che, iniziando a dedicarle la canzone “Sei bellissima” di Loredana Berté, ha portato l’artista statunitense a cantare la canzone insieme al pubblico “ghiacciandolo” letteralmente con la potenza della sua voce. Un momento che ha unito sorpresa e divertimento.

Nel complesso, il concerto ha rappresentato un’esperienza musicale genuina, con buoni musicisti all’opera e una voce vera a disposizione di un pubblico entusiasta. Merce rara ultimamente nella musica pop.

 

Emmanuele Macaluso

giovedì 21 novembre 2024

2009 - 2024: UN RICORDO PRIVATO DI GIORGIO GASLINI A 15 ANNI DALL’INCONTRO

L’articolo - in forma più approfondita - è stato pubblicato per la prima volta su Academia.edu (1) nel 2021 e viene pubblicato in versione ridotta anche su Opificio della Musica, con la volontà di offrire al lettore un ritratto intimo del compianto pianista Giorgio Gaslini.

(Giorgio Gaslini – Credits: CdT.Ch)

Introduzione:

Il saggio vuole raccontare l’incontro tra l’autore e il compianto M° Giorgio Gaslini, icona del jazz mondiale, avvenuto durante il concerto “Jazz in Blues” organizzato dal Comitato Giù le Mani dai Bambini Onlus in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia delle Nazioni Unite 2009 presso l’Auditorium RAI “Arturo Toscanini” di Torino. L’autore condivide un ritratto intimo di Gaslini, avvenuto in un momento di pausa prima dell’esibizione. Un omaggio all’uomo, nella speranza di poter dare del maestro una visione meno nota e che esca dai confini del personaggio pubblico e delle pubblicazioni ufficiali.

 

L’incontro:

Spesso si dice che la musica sia un linguaggio universale. Ma io l’ho visto. Lo posso testimoniare. Dopo l’arrivo in auditorium del M° Giorgio Gaslini e di Emma Re, due persone che non si erano mai viste prima hanno dialogato. Non come fanno quelli che non hanno il dono di conoscere la musica al tavolino di un bar, dove prima devono conoscersi e trovare qualcosa in comune di cui disquisire.

Emma Re e Gaslini si sono incontrati per la prima volta sul palco. Si sono stretti la mano e hanno scambiato qualche parola di circostanza, attorniati da collaboratori, volontari e i musicisti di Emma.

Gaslini con un impeccabile doppiopetto grigio e una cravatta dai toni accesi sul rosa. Emma re con un bellissimo giubbotto di pelle nera sul quale il suo caschetto biondo si stagliava magnificamente quando appoggiava i gomiti sul pianoforte.

Poche parole, qualche sorriso e infine un titolo. Emma prende posto accanto al meraviglioso Steinway & Sons a coda nero e Gaslini si siede davanti alla tastiera. Il mondo sul quale le sue dita fanno tutto quello che possono fare per crearne altri.

La musica inizia, e anche se nessuno riesce a muoversi da quel palco scompaiono tutti e rimangono i due sconosciuti che iniziano a dialogare. Come se si conoscessero da tempo. Non da sempre, ma abbastanza da poter creare qualcosa che prende vita, che si erge in quel tempio della musica e si fonde. È il suono che prende i suoi spazi togliendone al brusio che scompare. Una voce meravigliosa si affianca e infine si fonde a quella che per essere udita passa attraverso uno strumento che pur enorme appare leggero.

Dal fondo della sala, in solitudine, guardavo questo spettacolo, come si guarda un quadro, nella speranza che il tempo si fermi e ti lasci apprezzare la bellezza di ogni singolo istante.

L’inizio dello spettacolo era previsto per le 20:45 e c’erano molte cose da fare. Compreso andare a recuperare una batteria per un membro della band di Emma.

Come un fantasma ho lasciato l’auditorium, cercando di non interrompere quel momento così intenso.

Al mio rientro, un’ora e mezza dopo, sul palco il pianoforte a coda sembrava una portaerei pronta a salpare. Dal soffitto, decine di microfoni appesi a cavature d’acciaio erano pronti a catturare ogni nota. C’era una strana calma che non avevo notato fino a quel momento in quel luogo.

Cercando di rendere la mia presenza molto discreta, mi sono riportato verso il backstage, per controllare lo stato di avanzamento dell’organizzazione e valutare le necessità degli artisti. Il camerino della band di Emma era aperto e i musicisti chiacchieravano tra loro. Sono rimasto qualche secondo a guardarli in attesa di qualche eventuale richiesta. Tutto sotto controllo.

Il camerino di Emma era chiuso. Decisi di non bussare, tanto sarei rimasto in zona nel caso ci fosse stata necessità.

Il camerino di Giorgio Gaslini era aperto. Le pareti di un giallo paglierino facevano contrasto con la giacca di scena del Maestro che era appesa su una stampella, a sua volta ancorata ad un attaccapanni da muro.  Una giacca in velluto verde scuro, che avrei scoperto dopo, creava effetti straordinari quando veniva colpita dalla luce dei riflettori. Anche questo è mestiere…

Giorgio Gaslini era seduto con eleganza su una sedia del camerino, a pochi centimetri dal tavolo su cui aveva appoggiato un cameo che avrebbe usato, al posto della cravatta, per chiudere il colletto dell’impeccabile camicia bianca che era ben distesa su un’altra stampella.

Rimasi sulla porta, con un sorriso imbarazzato, di fronte ad un gigante della musica, con l’obiettivo di rendere il dono della sua presenza in quel luogo il più confortevole possibile.

Mi fece cenno di entrare e io avanzai di qualche passo rimanendo in attesa di indicazioni.

«Non ricordo il tuo nome, mi devi perdonare», mi disse con un’eleganza e un’autorevolezza che mi intimidì.  Non ebbi il tempo di rispondere. Mi guardò negli occhi attraverso i suoi occhiali dalla montatura minimalista e mi disse:«Facciamo due chiacchere. Ti piace la musica?»

«Ecco… sono fregato!» Dissi tra me e me, rispolverando le sensazioni tipiche dell’allievo all’interrogazione della materia più odiata. Giorgio Gaslini chiede a me se mi piace la musica. Sia ben chiaro, a me la musica piace moltissimo e, nel mio piccolo, cerco di comprenderla e indagarla; ma di fronte ad un titano, anche uno alto quasi due metri si sente minuscolo. Fu così che risposi, dicendo che la musica mi piace molto e che occupa un posto molto importante per me, anche se non ho avuto la possibilità di studiarla.

«Che musica ascolti?» mi chiese.

«Sono cresciuto ascoltando musica rock. Bon Jovi, Def Leppard, Rolling Stones…».

Immaginavo la delusione creata da una risposta del genere data ad un jazzista, pur tenendo conto della differenza culturale e di età tra i due soggetti coinvolti in quella discussione. Obiettivamente non si può certamente dire che si possa paragonare la raffinatezza di certe improvvisazioni jazz con le canzoni dei gruppi citati.

A quel punto sul suo volto serio apparve un accenno di sorriso seguito da un «La musica è musica. È ritmo, melodia e armonia, e lì ce n’è molta».

Continuò con una frase che ricordo ancora perfettamente: «La musica conta molto, perché la musica contiene il colore – il timbro – con tutte le sue sfumature. Contiene il fraseggio (quindi la melodia fraseggiata), contiene l’armonia (ovvero più parti armoniche insieme) e contiene soprattutto il ritmo. Tutta questa cosa musicale non ha vita se non c’è una struttura ritmica alla base, che può essere tesa o sottintesa.  Il ritmo è la base della comunicazione».

Fu a questo punto che mi resi conto che io e lui stavamo comunicando. Io che di comunicazione mi occupavo da anni mi sono lasciato dire da un musicista che stavamo comunicando.

In quel momento i confini tra le nostre aree di competenza erano crollati. Liquefatti.

Due sconosciuti stavano comunicando parlando di musica. Perché la musica non è fatta solo di note, battute e linguaggi specifici. Va oltre, trascende in virtù del fatto che fa parte della natura umana e del suo senso comunitario e collettivo. E in quella stanza esisteva una collettività formata da due persone pronte a incontrarsi e ascoltarsi, e quindi c’era la musica.

Quasi come se riuscisse a ascoltare questo mio pensiero continuò il suo discorso: «La musica può, attraverso la ritualità della melodia - armonia - ritmo, coinvolgere quasi in una cosa tribale, è una cosa che facciamo fin da bambini».

Feci un cenno di assenso con la testa mentre rielaboravo la profondità di quel concetto.

Guardai il Maestro negli occhi è gli dissi quanto fosse importante per me aver sentito quelle parole proprio alla vigilia di un evento dedicato ai bambini. Mi permisi di chiedergli se aveva iniziato a suonare molto presto e perché proprio il jazz.

Lui mi rispose:«Ero molto piccolo e la musica era presente in casa. Avevo un fratello di tre anni più grande che suonava il pianoforte. La prima volta che toccai i tasti del pianoforte sentii quasi un effetto di risonanza in me e capii che quello era il mio strumento. A dire il vero rompevo un po’ le scatole a mio fratello, perché riconoscevo le note e qualche piccolo errore che lui commetteva, facendolo notare. Andai da mio padre chiedendogli di frequentare delle lezioni di pianoforte. Mio padre era un uomo di cultura autorevole ma mai autoritario. Era anzi molto rispettoso e mi guardò chiedendomi se fosse una cosa seria. Io risposi di sì. Partì tutto da lì. La mia infanzia si divise tra studio e gioco. A 9 anni mi sono esibito per la prima volta in pubblico.

Mio padre era un africanista, visse 10 anni in Africa. In casa avevamo quadri, strumenti musicali e oggetti d’arte oltre, ovviamente, a supporti con la musica africana. Io studiavo Beethoven e contemporaneamente provavo a fare le improvvisazioni tipiche della musica africana.

Quando avevo 12 anni qualcuno venne da me e mi disse che “Quella roba lì che facevo si chiama jazz!”. E io ho continuato a farla quella roba lì».

Fu un momento veramente intimo, in cui un uomo di ottanta anni parlava con una persona della quale non sapeva neppure il nome della sua infanzia. Della sua famiglia. Di quella cosa chiamata musica che lo ha guidato per tutta la sua esistenza.

Purtroppo quel momento stava giungendo al termine. Un mio collaboratore mi venne a chiamare per risolvere uno di quei problemi dell’ultimo minuto tipico degli eventi. Mi alzai dalla sedia sulla quale il Maestro mi fece cenno di sedermi qualche minuto prima e con un’espressione del volto gli chiesi il permesso di congedarmi.

Lui sorrise, cosa che credo non gli venisse troppo naturale, e mi chiese:«Ma come ti chiami?»

«Emmanuele, con 2 “m”», risposi.

«Ah, nome biblico. Ora so con chi ho parlato così a lungo di me».

All’unisono, come al suono di una battuta che abbiamo sentito solo noi abbiamo fatto un cenno di saluto abbassando il capo.

Ma io mi sentii in dovere di salutarlo anche con la voce:«Grazie Maestro».

 

Emmanuele Macaluso

 

(1) https://www.academia.edu/60565096/Incontro_con_Giorgio_Gaslini_Un_ricordo_personale_di_Emmanuele_Macaluso

mercoledì 3 aprile 2024

LE MANI DI LUIGI FERRAROTTI. UN RICORDO DI EMMANUELE MACALUSO

Un mese fa ci lasciava Luigi Ferrarotti. Alfiere di terza generazione dell’ultima fabbrica di chitarre artigianali di questo Paese. Per la prima volta, da quando questo progetto è nato, viene dedicato un ricordo personale ad un uomo che abbiamo avuto il privilegio di incontrare e ritrarre. Ci perdonerà quindi il lettore se, per una volta, lasceremo da parte il linguaggio distaccato della divulgazione per entrare in quello dei ricordi personali.

(Nella foto Luigi Ferrarotti – su gentile concessione dell’Archivio Ferrarotti)

 

Conobbi Luigi nel marzo del 2022. Andai in azienda per comprare una chitarra Ferrarotti, per chiudere una sorta di “questione personale” che era iniziata nel 1986, quando con i risparmi del mio primo lavoretto, acquistai la mia prima chitarra (una Ferrarotti mod. UnoEnne 3/4), con la quale strimpellai per anni, e che - purtroppo - è andata perduta.

Decisi quindi di acquistare una “chitarra da grandi”, direttamente da coloro che le fabbricano. Nella mia città, dal momento che quest’ultima eccellenza condivide con me il codice di avviamento postale.

Incontrai Roberto Ferrarotti, con il quale instaurai subito un buon rapporto e che mi consigliò per il meglio. Provai tre chitarre, per poi scegliere una “Manola” su consiglio dello stesso Roberto, che oltre ad avere il suono più bello che abbia mai sentito, era un prototipo costruito in soli tre esemplari. Quando guardai nella cassa e vidi il talloncino incollato con la caratteristica Mole Antonelliana e il modello della chitarra, raccontai a Roberto la storia della mia UnoEnne e gli chiesi se fosse possibile incontrare chi l’aveva costruita.

Roberto sorrise e dallo showroom mi fece entrare nella fabbrica, dove incontrai Luigi con il suo affabile sorriso e le sue mani. Si, le sue mani. Mi colpirono subito.

Le guardai con discrezione a lungo, mentre padre e figlio mi raccontarono velocemente la storia della famiglia e dell’azienda. Una storia che coincide. Davanti a me avevo due generazioni che parlavano la stessa lingua e condividevano la stessa passione.

Chiesi (con un po’ di imbarazzo) di poter fare una foto con Luigi, perché in quel momento mi resi conto di aver imbracciato per ore una chitarra nata in quel luogo che sa di legno, da quelle mani che sanno di esperienza. Mi sentii emozionato, e dalla foto che tengo tra le mie cose più care, si percepisce.

Decisi quindi di tornare con il mio notes per raccogliere i ricordi di quella storia e scriverne un articolo, che ancora oggi risulta essere il più letto su Opificio della Musica.

Passai del tempo con Luigi e Roberto e guardai a lungo quelle mani. Un’intervista raccolta in una fabbrica che si era fermata e che si era lasciata guardare in tutto il suo fascino senza tempo.

Fu un’esperienza intima. Nell’era del virtuale, tutti i sensi vennero coinvolti in quell’ascolto. Luigi si lasciò andare a qualche aneddoto, e venni colpito dal fatto che più che della famiglia mi parlava di lavoro. Di cose fatte. Lo faceva con parole semplici e un’umiltà a cui non sono più abituato. La mia attenzione si spostò dalle chitarre agli arnesi di lavoro che lui stesso ha creato per semplificarsi il lavoro. Compresi una cosa in quel momento: quel posto non era solo un luogo di lavoro, ma una parte importante del suo mondo. Un mondo che ha plasmato e che creato a sua immagine. Difficile dividere ciò che è da ciò che ha fatto. In primis per lui.

Per conoscere la storia della famiglia dovetti rivolgermi a Roberto. Il più giovane. Luigi era preso da ciò che lo circondava, perché era lì che ha espresso il suo talento per una vita intera.

Scrissi l’articolo e ricordo l’accoglienza che ebbi quando tornai in fabbrica la volta successiva per salutare Luigi e Roberto. Luigi era entusiasta. Credo emozionato. Non ho mai percepito tanta gratitudine e umiltà fusi in un unico individuo. 

Nacque un’amicizia che mi portò a piangere quando seppi della sua morte. Roberto mi scrisse un messaggio. Ricordo di aver avuto bisogno di prendermi del tempo prima di rispondere. Luigi è uno di quegli uomini che entra a far parte della tua vita con grazia, e solo in quel momento ho messo insieme i pezzi della mia esistenza che ho condiviso con lui. Misi a fuoco la mancanza del suo sorriso, della sua voce e di quelle mani che hanno lavorato tanto e che ti accoglievano in una stretta quando incontravano le tue.

Nelle scorse ore sono passato in azienda per salutare Roberto e avere un momento riservato per ricordare Luigi. Dopo pochi minuti, Roberto - con un po’ di imbarazzo - mi ha chiesto di congedarci per tornare al lavoro. Non l’ho mai visto così simile a suo padre come in quel momento. Ho sorriso. Per un attimo Luigi mi è mancato un po’ meno.

Sono tornato a casa e ho deciso di scrivere queste poche righe. Non un tributo retorico, ma una storia. Un piccolo racconto, di un piccolo pezzo di vita personale che possa diventare una piccola testimonianza che dia ragione della traccia che un uomo ha lasciato dietro di sé nel suo cammino.

Credo sia stata la cosa più difficile che abbia mai scritto. Forse non la più bella. Ma la più difficile. Ed eccola qui. Torneremo presto a parlare di musica con altri stili. Ma ora è il tempo del ricordo e della consapevolezza di aver avuto la fortuna di incontrare un uomo venuto da un altro tempo.

Un tempo diverso da questo, in cui sento il bisogno di abbracciare “Manola” e farle raccontare altre storie. Perché c’è chi va semplicemente via e chi rimane in ciò che ha fatto.

Luigi rimane.

 

Emmanuele Macaluso

mercoledì 9 novembre 2022

RICCARDO MUTI AL TEATRO REGIO DI TORINO CON IL DON GIOVANNI DI MOZART

Il Maestro Riccardo Muti torna a Torino, 18 al 26 novembre, per dirigere il capolavoro mozartiano in un allestimento che vede la regia della figlia Chiara.

 

(Il Maestro Riccardo Muti - Credit web Teatro Regio Torino / RMM)

Il Teatro Regio di Torino accoglie uno dei titani della direzione musicale mondiale: Riccardo Muti. Dal 18 al 26 novembre, il maestro dirigerà il nuovo allestimento del Don Giovanni, il leggendario capolavoro di Wolfgang Amadeus Mozart.  La regia è affidata a Chiara Muti.

 

Protagonisti delle cinque recite sono: Luca Micheletti, Jacquelyn Wagner, Mariangela Sicilia, Giovanni Sala, Alessandro Luongo, Francesca Di Sauro, Leon Košavić e Riccardo Zanellato.

 

La nuova produzione di Don Giovanni è sicuramente lo spettacolo di punta della Stagione 2022 del Teatro Regio ed è un appuntamento molto atteso a livello internazionale.

 

I biglietti sono in vendita presso la Biglietteria del Regio, piazza Castello 215, da lunedì a sabato ore 13-18.30; domenica ore 10-14; un’ora prima degli spettacoli - Tel. 011.8815.241 e 011.8815.242 oppure online su www.teatroregio.torino.it  o www.vivaticket.it.


Informazioni: da lunedì a venerdì: ore 9-17.30, piazza Castello 215 - Torino - Tel. 011.8815.557; info@teatroregio.torino.it.

 

Teatro Regio di Torino

Stagione 2022

“Don Giovanni”

Dramma giocoso in due atti 

Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Libretto di Lorenzo Da Ponte

 

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

In coproduzione con Teatro Massimo di Palermo

Dramma giocoso in due atti

 

Cast artistico

 

Riccardo Muti direttore d'orchestra

 

Chiara Muti regia

Alessandro Camera scene

Tommaso Lagattolla costumi

Vincent Longuemare luci

Paolo Vettori assistente alla regia

Andrea Gregori assistente alle scene

Francesco Ceo assistente ai costumi

Andrea Secchi maestro del coro

Alessandro Benigni maestro al fortepiano

 

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino

 

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

In coproduzione con Teatro Massimo di Palermo

 

Emmanuele Macaluso