domenica 8 dicembre 2024

RECENSIONE: “NOTE DI NATALE” DI DAVIDE PEZZI

Un libro racconta la vera storia delle più popolari canzoni di natale.

(Foto e copyright: Emmanuele Macaluso e Opificio della Musica)

È nelle librerie - reali e virtuali - l’ultima fatica letteraria del giornalista Davide Pezzi, edito da Vololibero e intitolato “Note di Natale -Storie, segreti, autori e interpreti delle più famose melodie natalizie”.

Il volume, impreziosito dalla prefazione del musicista Arturo Stàlteri, racconta la storia che ha portato alla creazione di 95 popolari canzoni natalizie. Tra musica sacra, colta e pop, il percorso si articola in modo piacevole e efficace dal punto di vista divulgativo, tra curiosità sulla genesi dei brani, riferimenti storici e aneddoti su autori e interpreti.

Regala una certa curiosità il fatto che alcune canzoni non siano nate per il periodo natalizio, ma che siano state adattate al contesto in un momento successivo. Non mancano anche tra queste casi di plagio da parte di personaggi insospettabili.

L’autore ha scelto di strutturare il suo lavoro seguendo un ordine alfabetico, che rende pratica la ricerca del singolo brano. Al termine di ogni scheda, un QR code permette di essere trasportati nell’ascolto di versioni del brano selezionati da Pezzi su Youtube.

Nelle ultime pagine, sempre tramite QR code, 3 playlist natalizie: la prima più “classica”, la seconda più “moderna e lenta” e l’ultima più ritmata.

Scriviamo questa recensione perché siamo rimasti molto colpiti dalla qualità e profondità  della ricerca e dalla capacità divulgativa di Pezzi (con il quale ci complimentiamo) oltre che dall’interessante (e non scontata) prospettiva che l’opera regala di un genere musicale che meriterebbe una maggiore attenzione, anche al di fuori dei 20 giorni di dicembre. Consigliatissimo.


Titolo: “Note di Natale”  

Sottotitolo: Storie, segreti, autori e interpreti delle più famose melodie natalizie

Autore: Davide Pezzi

Casa editrice: Vololibero

Prefazione: Arturo Stàlteri

 

Emmanuele Macaluso

14,5% DI SHARE PER “LA FORZA DEL DESTINO” ALLA PRIMA AL TEATRO ALLA SCALA

La prima scaligera di ieri è stata vista in diretta da più di un milione e seicentomila spettatori.


Il rito della “prima” al Teatro alla Scala di Milano, ha trovato ennesimo compimento ieri - 7 dicembre 2024 - con la messa in scena de “La forza del destino” di Giuseppe Verdi, sotto la guida del Riccardo Chailly e la regia di Leo Muscato.

Uno spettacolo che con i suoi 4 atti ha coperto il palinsesto di RAI UNO dalle 18 alle 22 circa. Trasmesso in 4K, con una produzione televisiva a cura del Centro di Produzione RAI di Milano, l’opera verdiana è stata vista in diretta da 1.673.000 spettatori, con uno share del 14,5%. (1)

Un successo se si prende in considerazione la tipologia di prodotto culturale, la sua lunghezza (poco in linea con gli attuali tempi di fruizione) e il fatto che bisogna aggiungere a questi dati gli streaming su RaiPlay e le altre piattaforme online.

Non solo, da qualche anno trova riscontro positivo anche il progetto “Prima condivisa”, dove l’evento scaligero viene trasmesso in luoghi pubblici selezionati.

Da segnalare un calo nelle interazioni sui social media ufficiali del teatro e una non esaltante performance della crescita organica dei follower di questi a seguito dell’esposizione mediatica a livello globale. La sensazione è che, nonostante la grande qualità del prodotto e la potenza comunicativa della tradizione dell’evento, non si riescano ad attrarre “nuovi” appassionati verso il teatro e l’opera tutta.

Un fattore sul quale sarebbe opportuno fare qualche riflessione per ottimizzare le future strategie di marketing, che dovranno sicuramente andare al di là delle “consuetudini” e dei riti.

 

Emmanuele Macaluso

 

(1) https://www.rai.it/ufficiostampa/assets/template/us-articolo.html?ssiPath=/articoli/2024/12/Ascolti-tv-di-sabato-7-dicembre-de1ced31-a6dc-4872-8c1e-62806b4409e0-ssi.html

venerdì 22 novembre 2024

MARKETING: JOE BONAMASSA PUBBLICA I NUMERI DEL SUO TOUR 2024

Il musicista statunitense ha reso pubblici i dati statistici relativi al suo tour 2024 attraverso un post sui suoi canali social. I numeri sono da capogiro.

(La foto del post originale di Joe Bonamassa)

Lo scorso 19 novembre, il chitarrista Joe Bonamassa ha pubblicato sui suoi canali social ufficiali (1-2) i dati statistici relativi al suo tour 2024. I numeri - forniti dal suo tour manager Clay Allen (aka @bixseytouring) - danno la possibilità di trarre qualche interessante spunto di riflessione circa la complessità organizzativa di un tour costruito attorno ad un artista di caratura internazionale e al suo entourage. Al di là di alcune statistiche “di colore” alcuni dati danno un’ottima prospettiva sul piano logistico e sull’efficacia del piano di marketing. 

Bonamassa, che è anche co-produttore di tutte le sue attività artistiche, promozionali e di marketing, dimostra come oggi un artista debba andare oltre la sola visione artistica e debba avere una visione d’insieme del proprio business musicale.


Di seguito i dati messi in ordine per area:

 

Logistica:

78.402 miglia viaggiate  (126.176 km)

3.905 notti prenotate in albergo

53.634 galloni di gasolio (203.027 litri)

342 aerei prenotati

3.740 pasti serviti

85 spettacoli

83 città visitate

9 stati visitati

3 continenti visitati

166 giorni di tour

 

Pubblico coinvolto:

232.415 biglietti venduti

 

Curiosità:

510 bacchette da batteria usate

2.016 corde di chitarra usate

3,14 volte percorso il giro del globo


Emmanuele Macaluso

 

(Fonte Joe Bonamassa / Clay Allen (aka @bixseytouring)

(1) https://www.facebook.com/100044438139286/posts/pfbid0BN1XFt8c1Zn8ZF851tGwrGGAUakzZwB2sxpGkmy8LXpCwkZirA4f3nYZQy9rHvsVl/?app=fbl

(2) https://www.instagram.com/p/DCkPijiyPMW/?igsh=MTh0Y3Z5c2ZjdDk5Mw%3D%3D

giovedì 21 novembre 2024

2009 - 2024: UN RICORDO PRIVATO DI GIORGIO GASLINI A 15 ANNI DALL’INCONTRO

L’articolo - in forma più approfondita - è stato pubblicato per la prima volta su Academia.edu (1) nel 2021 e viene pubblicato in versione ridotta anche su Opificio della Musica, con la volontà di offrire al lettore un ritratto intimo del compianto pianista Giorgio Gaslini.

(Giorgio Gaslini – Credits: CdT.Ch)

Introduzione:

Il saggio vuole raccontare l’incontro tra l’autore e il compianto M° Giorgio Gaslini, icona del jazz mondiale, avvenuto durante il concerto “Jazz in Blues” organizzato dal Comitato Giù le Mani dai Bambini Onlus in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia delle Nazioni Unite 2009 presso l’Auditorium RAI “Arturo Toscanini” di Torino. L’autore condivide un ritratto intimo di Gaslini, avvenuto in un momento di pausa prima dell’esibizione. Un omaggio all’uomo, nella speranza di poter dare del maestro una visione meno nota e che esca dai confini del personaggio pubblico e delle pubblicazioni ufficiali.

 

L’incontro:

Spesso si dice che la musica sia un linguaggio universale. Ma io l’ho visto. Lo posso testimoniare. Dopo l’arrivo in auditorium del M° Giorgio Gaslini e di Emma Re, due persone che non si erano mai viste prima hanno dialogato. Non come fanno quelli che non hanno il dono di conoscere la musica al tavolino di un bar, dove prima devono conoscersi e trovare qualcosa in comune di cui disquisire.

Emma Re e Gaslini si sono incontrati per la prima volta sul palco. Si sono stretti la mano e hanno scambiato qualche parola di circostanza, attorniati da collaboratori, volontari e i musicisti di Emma.

Gaslini con un impeccabile doppiopetto grigio e una cravatta dai toni accesi sul rosa. Emma re con un bellissimo giubbotto di pelle nera sul quale il suo caschetto biondo si stagliava magnificamente quando appoggiava i gomiti sul pianoforte.

Poche parole, qualche sorriso e infine un titolo. Emma prende posto accanto al meraviglioso Steinway & Sons a coda nero e Gaslini si siede davanti alla tastiera. Il mondo sul quale le sue dita fanno tutto quello che possono fare per crearne altri.

La musica inizia, e anche se nessuno riesce a muoversi da quel palco scompaiono tutti e rimangono i due sconosciuti che iniziano a dialogare. Come se si conoscessero da tempo. Non da sempre, ma abbastanza da poter creare qualcosa che prende vita, che si erge in quel tempio della musica e si fonde. È il suono che prende i suoi spazi togliendone al brusio che scompare. Una voce meravigliosa si affianca e infine si fonde a quella che per essere udita passa attraverso uno strumento che pur enorme appare leggero.

Dal fondo della sala, in solitudine, guardavo questo spettacolo, come si guarda un quadro, nella speranza che il tempo si fermi e ti lasci apprezzare la bellezza di ogni singolo istante.

L’inizio dello spettacolo era previsto per le 20:45 e c’erano molte cose da fare. Compreso andare a recuperare una batteria per un membro della band di Emma.

Come un fantasma ho lasciato l’auditorium, cercando di non interrompere quel momento così intenso.

Al mio rientro, un’ora e mezza dopo, sul palco il pianoforte a coda sembrava una portaerei pronta a salpare. Dal soffitto, decine di microfoni appesi a cavature d’acciaio erano pronti a catturare ogni nota. C’era una strana calma che non avevo notato fino a quel momento in quel luogo.

Cercando di rendere la mia presenza molto discreta, mi sono riportato verso il backstage, per controllare lo stato di avanzamento dell’organizzazione e valutare le necessità degli artisti. Il camerino della band di Emma era aperto e i musicisti chiacchieravano tra loro. Sono rimasto qualche secondo a guardarli in attesa di qualche eventuale richiesta. Tutto sotto controllo.

Il camerino di Emma era chiuso. Decisi di non bussare, tanto sarei rimasto in zona nel caso ci fosse stata necessità.

Il camerino di Giorgio Gaslini era aperto. Le pareti di un giallo paglierino facevano contrasto con la giacca di scena del Maestro che era appesa su una stampella, a sua volta ancorata ad un attaccapanni da muro.  Una giacca in velluto verde scuro, che avrei scoperto dopo, creava effetti straordinari quando veniva colpita dalla luce dei riflettori. Anche questo è mestiere…

Giorgio Gaslini era seduto con eleganza su una sedia del camerino, a pochi centimetri dal tavolo su cui aveva appoggiato un cameo che avrebbe usato, al posto della cravatta, per chiudere il colletto dell’impeccabile camicia bianca che era ben distesa su un’altra stampella.

Rimasi sulla porta, con un sorriso imbarazzato, di fronte ad un gigante della musica, con l’obiettivo di rendere il dono della sua presenza in quel luogo il più confortevole possibile.

Mi fece cenno di entrare e io avanzai di qualche passo rimanendo in attesa di indicazioni.

«Non ricordo il tuo nome, mi devi perdonare», mi disse con un’eleganza e un’autorevolezza che mi intimidì.  Non ebbi il tempo di rispondere. Mi guardò negli occhi attraverso i suoi occhiali dalla montatura minimalista e mi disse:«Facciamo due chiacchere. Ti piace la musica?»

«Ecco… sono fregato!» Dissi tra me e me, rispolverando le sensazioni tipiche dell’allievo all’interrogazione della materia più odiata. Giorgio Gaslini chiede a me se mi piace la musica. Sia ben chiaro, a me la musica piace moltissimo e, nel mio piccolo, cerco di comprenderla e indagarla; ma di fronte ad un titano, anche uno alto quasi due metri si sente minuscolo. Fu così che risposi, dicendo che la musica mi piace molto e che occupa un posto molto importante per me, anche se non ho avuto la possibilità di studiarla.

«Che musica ascolti?» mi chiese.

«Sono cresciuto ascoltando musica rock. Bon Jovi, Def Leppard, Rolling Stones…».

Immaginavo la delusione creata da una risposta del genere data ad un jazzista, pur tenendo conto della differenza culturale e di età tra i due soggetti coinvolti in quella discussione. Obiettivamente non si può certamente dire che si possa paragonare la raffinatezza di certe improvvisazioni jazz con le canzoni dei gruppi citati.

A quel punto sul suo volto serio apparve un accenno di sorriso seguito da un «La musica è musica. È ritmo, melodia e armonia, e lì ce n’è molta».

Continuò con una frase che ricordo ancora perfettamente: «La musica conta molto, perché la musica contiene il colore – il timbro – con tutte le sue sfumature. Contiene il fraseggio (quindi la melodia fraseggiata), contiene l’armonia (ovvero più parti armoniche insieme) e contiene soprattutto il ritmo. Tutta questa cosa musicale non ha vita se non c’è una struttura ritmica alla base, che può essere tesa o sottintesa.  Il ritmo è la base della comunicazione».

Fu a questo punto che mi resi conto che io e lui stavamo comunicando. Io che di comunicazione mi occupavo da anni mi sono lasciato dire da un musicista che stavamo comunicando.

In quel momento i confini tra le nostre aree di competenza erano crollati. Liquefatti.

Due sconosciuti stavano comunicando parlando di musica. Perché la musica non è fatta solo di note, battute e linguaggi specifici. Va oltre, trascende in virtù del fatto che fa parte della natura umana e del suo senso comunitario e collettivo. E in quella stanza esisteva una collettività formata da due persone pronte a incontrarsi e ascoltarsi, e quindi c’era la musica.

Quasi come se riuscisse a ascoltare questo mio pensiero continuò il suo discorso: «La musica può, attraverso la ritualità della melodia - armonia - ritmo, coinvolgere quasi in una cosa tribale, è una cosa che facciamo fin da bambini».

Feci un cenno di assenso con la testa mentre rielaboravo la profondità di quel concetto.

Guardai il Maestro negli occhi è gli dissi quanto fosse importante per me aver sentito quelle parole proprio alla vigilia di un evento dedicato ai bambini. Mi permisi di chiedergli se aveva iniziato a suonare molto presto e perché proprio il jazz.

Lui mi rispose:«Ero molto piccolo e la musica era presente in casa. Avevo un fratello di tre anni più grande che suonava il pianoforte. La prima volta che toccai i tasti del pianoforte sentii quasi un effetto di risonanza in me e capii che quello era il mio strumento. A dire il vero rompevo un po’ le scatole a mio fratello, perché riconoscevo le note e qualche piccolo errore che lui commetteva, facendolo notare. Andai da mio padre chiedendogli di frequentare delle lezioni di pianoforte. Mio padre era un uomo di cultura autorevole ma mai autoritario. Era anzi molto rispettoso e mi guardò chiedendomi se fosse una cosa seria. Io risposi di sì. Partì tutto da lì. La mia infanzia si divise tra studio e gioco. A 9 anni mi sono esibito per la prima volta in pubblico.

Mio padre era un africanista, visse 10 anni in Africa. In casa avevamo quadri, strumenti musicali e oggetti d’arte oltre, ovviamente, a supporti con la musica africana. Io studiavo Beethoven e contemporaneamente provavo a fare le improvvisazioni tipiche della musica africana.

Quando avevo 12 anni qualcuno venne da me e mi disse che “Quella roba lì che facevo si chiama jazz!”. E io ho continuato a farla quella roba lì».

Fu un momento veramente intimo, in cui un uomo di ottanta anni parlava con una persona della quale non sapeva neppure il nome della sua infanzia. Della sua famiglia. Di quella cosa chiamata musica che lo ha guidato per tutta la sua esistenza.

Purtroppo quel momento stava giungendo al termine. Un mio collaboratore mi venne a chiamare per risolvere uno di quei problemi dell’ultimo minuto tipico degli eventi. Mi alzai dalla sedia sulla quale il Maestro mi fece cenno di sedermi qualche minuto prima e con un’espressione del volto gli chiesi il permesso di congedarmi.

Lui sorrise, cosa che credo non gli venisse troppo naturale, e mi chiese:«Ma come ti chiami?»

«Emmanuele, con 2 “m”», risposi.

«Ah, nome biblico. Ora so con chi ho parlato così a lungo di me».

All’unisono, come al suono di una battuta che abbiamo sentito solo noi abbiamo fatto un cenno di saluto abbassando il capo.

Ma io mi sentii in dovere di salutarlo anche con la voce:«Grazie Maestro».

 

Emmanuele Macaluso

 

(1) https://www.academia.edu/60565096/Incontro_con_Giorgio_Gaslini_Un_ricordo_personale_di_Emmanuele_Macaluso

domenica 29 settembre 2024

RECENSIONE: FERRAROTTI DUEBIS 120

Per la prima recensione di uno strumento musicale abbiamo provato la chitarra con cui Ferrarotti Chitarre festeggia i 120 anni dalla fondazione.

(La Ferrarotti Duebis 120 provata - Copyright Opificio della Musica / Collezione Macaluso 2024)

Per la prima recensione di uno strumento musicale, Opificio della Musica testa la chitarra con cui la più antica fabbrica di chitarre artigianali in Italia festeggia i 120 anni dalla fondazione.

La chitarra avrebbe dovuto vedere la luce nel 2023 (anno dell’anniversario), ma l’improvviso peggioramento di salute di Luigi Ferrarotti (terza generazione in azienda) ha indotto suo figlio Roberto ad attendere, come egli stesso ha scritto sulla pagina Fecebook ufficiale di Ferrarotti nel post di presentazione della chitarra al centro di questo articolo.

Il 6 maggio 2024 viene quindi presentata la Ferrarotti Duebis 120, chitarra classica in serie limitata di soli 20 esemplari. La scelta del modello non vede un prodotto al vertice della gamma, ma la Duebis, la “storica” chitarra dedicata agli adulti che iniziano a studiare lo strumento. Uno dei modelli più popolari che ben rappresenta la storia dell’azienda e il grande senso di vicinanza tra questa e il suo pubblico.

(La targhetta incisa al laser per questa edizione limitata - Copyright Ferrarotti Chitarre 2024)

Lo strumento:

La Duebis è una chitarra classica da studio. Il fondo è a fasce multistrato di pioppo piemontese con tavola armonica in multistrato di tabu espressamente realizzato su progetto Ferrarotti. Il manico è in faggio e la tastiera è in palissandro indiano. La larghezza al capotasto è di 53 millimetri.

Rispetto alla Duebis convenzionale, il colore della “120° anniversario” si distingue per una colorazione della cassa armonica più chiara.

La chitarra è corredata di un cartellino in legno inciso al laser con la dicitura: “Chitarra Ferrarotti, modello Duebis 120,  Edizione limitata, Torino, Maggio 2024”.

 

La prova:

Lo strumento non è un top di gamma, ma fin dalle prime note regala una percezione positiva. La qualità è decisamente superiore a quella che si aspetterebbe da una chitarra di “avvicinamento” a questo mondo. Il suono è “rotondo” e “pieno” nel pizzicato o nel lavoro sulle singole corde. Nell’accordo il suono esce “ben distinto” e “pulito”. La tastiera larga permette anche ai chitarristi meno precisi di poter aggiustare la posizione delle dita alla ricerca dei tasti in modo agevole.

Le meccaniche sono buone, anche se necessitano di un buon lavoro preparatorio di “stretching alle corde” per iniziare a tenere bene l’accordatura per un periodo lungo. Ma questa è una necessità riscontrabile anche su strumenti più evoluti.

Nel complesso la chitarra risponde bene e la cassa permette una buona dinamica, dai passaggi a basso volume fino a un livello più alto. La Duebis 120 sa anche farsi sentire insomma.

(Roberto Ferrarotti autografa la chitarra utilizzata per la prova - Copyright Opificio della Musica / Collezione Macaluso 2024)

 

Conclusioni:

La Ferrarotti Duebis 120 è una buona chitarra, con una qualità che è decisamente superiore rispetto al parametro qualità-prezzo. La scelta di fare una serie VERAMENTE LIMITATA a soli 20 esemplari, la rende molto rara e porta lo strumento anche all’interno del mercato del collezionismo. Cosa ancora più evidente se si pensa che quelle ancora disponibili in azienda sono pochissime.

Alla prova risulta piacevole e consistente. Il paragone con le presunte competitor che appartengono ai grandi gruppi che producono in Cina non solo non regge ma risulta inesistente. La Duebis 120 è costruita in modo artigianale e lo si vede da quelle piccole imperfezioni che danno carattere e ti ricordano che lo strumento è il frutto di un lavoro svolto da mani sapienti e non da macchinari industriali. Il fatto che sia costruita in Italia dall’ultima fabbrica di chitarre artigianali rimaste non è solo un vezzo ma qualcosa che si vede e si sente.  

Ultima curiosità: abbiamo chiesto a Roberto Ferrarotti di autografare lo strumento provato dietro la paletta, perché abbiamo ritenuto naturale che l’artigiano firmasse uno strumento che è destinato a entrare nella storia per la sua stessa ragion d’essere.

 

Scheda tecnica dello strumento:

- Fondo e fasce: Multistrato di pioppo piemontese

- Tavola armonica: Multistrato di tabu espressamente realizzato su progetto Ferrarotti

- Manico: Faggio evaporato

- Tastiera: Palissandro Indiano

- Larghezza al capotasto: 53 millimetri

- Diapason 64 centimetri

(Dati forniti dall’azienda)

 

(La paletta autografata da Roberto Ferrarotti - Copyright Opificio della Musica / Collezione Macaluso 2024)

 

Redazione Opificio della Musica

sabato 21 settembre 2024

DIVULGAZIONE MUSICALE IN TV: LA NONA SINFONIA DI BEETHOVEN SU LA7

Il programma “La Torre di Babele”, condotto da Corrado Augias, racconta alcuni passaggi della “Nona” di Beethoven con l’aiuto di due grandi esperti.

(Nella foto Corrado Augias - copyright La7)

La seconda stagione de “La Torre di Babele” - il programma di approfondimento culturale condotto da Corrado Augias in onda su LA7 - inizia con una puntata dedicata alla Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

La puntata, andata in onda lo scorso 16 settembre, ha indagato alcuni momenti della sinfonia. In studio, segnaliamo il magistrale apporto divulgativo del maestro Michele Dall’Ongaro (compositore, musicologo e attuale Presidente e Sovrintendente dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma).  

Sono stati coinvolti nel programma anche il maestro Daniele Gatti che dall’Accademia Nazionale Santa Lucia ha indagato con il suo pianoforte alcuni movimenti, raccontandone la genialità compositiva del compositore e (nella seconda parte del programma) il regista Wim Wenders.

Segnaliamo questo programma per l’apprezzabile volontà divulgativa e per le grandi doti dei maestri Dall’Ongaro e Gatti che, da prospettive diverse, hanno saputo regalare un ritratto efficace e semplificato del grande genio tedesco e di una delle sue opere più intense, coinvolgenti, raffinate e ascoltate. In particolare, sottolineamo alcuni cenni biografici che Dall’Ongaro ha condiviso del maestro tedesco.

La puntata del programma è disponibile gratuitamente al link https://www.la7.it/la-torre-di-babele/rivedila7/la-torre-di-babele-beethoven-la-meravigliosa-nona-puntata-del-1692024-16-09-2024-558248

Buona visione

 

Emmanuele Macaluso

sabato 14 settembre 2024

IL TEATRO ALLA SCALA APRE LA STAGIONE OPERISTICA 2024-25 CON “LA FORZA DEL DESTINO” DI GIUSEPPE VERDI.

La prima al Teatro alla Scala del prossimo 7 dicembre vedrà in scena l’opera verdiana sotto la conduzione del M° Riccardo Chailly e la regia di Leo Muscato.

 

(Nella foto il M° Riccardo Chailly sul podio - copyright Teatro alla Scala)

La stagione operistica 2024-25 del Teatro alla Scala di Milano si aprirà con “La forza del destino” di Giuseppe Verdi, melodramma in 4 atti con libretto di Francesco Maria Piave.

Riccardo Chailly ha scelto per la nona volta un’opera di Verdi per aprire la stagione del teatro scaligero. La regia, di quella che sarà come da tradizione una grande produzione e distribuzione, è stata affidata a Leo Muscato.

Quest’opera è stata rappresentata nel teatro meneghino l’ultima volta nel 2001 dai complessi del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, ma Orchestra e Coro scaligeri non la eseguono dal 1999.

Sul palco un cast stellare con la consueta presenza (tra gli altri) di Anna Netrebko e di Jonas Kaufmann.

La vendita dei biglietti sarà disponibile dalle ore 10 del 9 ottobre 2024 sul sito del teatro.


Emmanuele Macaluso

 

Prima al Teatro alla Scala 2024

Milano - 7 dicembre 2024

La forza del Destino
di Giuseppe Verdi

Melodramma in 4 atti

Libretto di Francesco Maria Piave

 

Durata: 3 ore e 40 minuti circa - intervalli inclusi

 

Direttore: Riccardo Chailly
Regia: Leo Muscato
Scene: Federica Parolini
Costumi: Silvia Aymonino
Luci: Alessandro Verazzi

 

Cast artistico

Il Marchese di Calatrava: Fabrizio Beggi

Donna Leonora: Anna Netrebko

Don Carlo di Vargas: Ludovic Tézier

Don Alvaro: Jonas Kaufmann

Preziosilla: Vasilia Berzhanskaya

Padre guardiano: Alexander Vinogradov

Fra Melitone: Marco Filippo Romano

Curra: Marcela Rahal

Un alcade: Huanhong Li

Mastro Trabuco: Carlo Bosi

Un chirurgo: Xhieldo Hyseni